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Child penalty: quanto costa avere un figlio in Italia?

Avere un figlio è una delle esperienze più importanti nella vita di una persona, ma in Italia, insieme alla gioia di diventare genitori, arrivano spesso anche le preoccupazioni economiche, difficoltà nel conciliare famiglia e lavoro e rinunce che non pesano allo stesso modo su entrambi i genitori.

C’è un fenomeno che racconta bene questa disparità: si chiama child penalty e indica la penalizzazione economica e professionale che colpisce le madri dopo la nascita di un figlio.

Quando un figlio ha una disabilità poi, le difficoltà possono diventare ancora più complesse.

Quanto? Te lo raccontiamo in questo articolo.

 

Che cos’è la child penalty?

Con il termine child penalty, gli economisti indicano le conseguenze della nascita di un figlio sul reddito e sulla carriera delle madri, soprattutto rispetto a quanto accade ai padri.

La penalizzazione può assumere forme diverse:

  • lavorare meno ore,
  • passare al part-time,
  • rinunciare a una promozione
  • o lasciare il lavoro per occuparsi dei propri figli.

 

Il fenomeno è stato studiato in 134 Paesi attraverso il Child Penalty Atlas, che ha messo in luce una disparità significativa. Mentre la carriera delle madri tende a rallentare dopo la nascita di un figlio, quella dei padri generalmente prosegue senza lo stesso contraccolpo.

Il problema, quindi, non è chiaramente la maternità, ma un sistema in cui la responsabilità della cura continua a ricadere soprattutto sulle donne.

 

Quanto perde una madre dopo la nascita di un figlio

Il costo della genitorialità non si misura soltanto nelle spese per vestiti, alimentazione e servizi per l’infanzia. C’è anche una parte meno visibile, ma altrettanto importante: il reddito a cui una madre può dover rinunciare nel corso degli anni.

In Italia, secondo i dati riportati nelle analisi sulla child penalty, a 15 anni dalla nascita di un figlio le madri guadagnano circa 5.700 euro lordi annui in meno rispetto alle donne senza figli.

A incidere non è soltanto lo stipendio, ma soprattutto il tempo dedicato al lavoro: molte donne riducono le ore lavorate, passano al part-time o rinunciano a opportunità professionali per riuscire a gestire le esigenze familiari.

Il divario può aumentare poi con il numero di figli e cambiare anche in base all’età della madre e al territorio in cui vive.

Nei territori in cui i servizi per l’infanzia sono insufficienti, conciliare lavoro e famiglia diventa ancora più complesso.

 

Perché la nascita di un figlio pesa diversamente su madri e padri?

Un figlio cambia la vita di entrambi i genitori, ma non cambia allo stesso modo le loro giornate.

In Italia, il congedo di maternità obbligatorio dura generalmente cinque mesi, mentre quello di paternità, obbligatorio, è di soli dieci giorni lavorativi per i dipendenti.

Anche i congedi parentali continuano a essere utilizzati prevalentemente dalle madri più che dai padri.

Il risultato è che spesso sono queste ultime a rinunciare alla sfera lavorativa o a ridurre l’impatto sulla loro quotidianità.

A tutto questo si aggiunge il carico mentale:

  • organizzare gli appuntamenti,
  • gestire gli imprevisti,
  • coordinare gli orari
  • e ricordare le necessità quotidiane dei figli.

 

Chiaramente un lavoro che non compare in busta paga, ma che richiede tempo ed energie.

 

Come ridurre la child penalty?

Per cambiare questa situazione non basta chiedere alle madri di organizzarsi meglio. Servono condizioni che permettano a entrambi i genitori di condividere davvero la cura.

Tra gli interventi più importanti che un Paese dovrebbe implementare sicuramente troviamo:

  • Più asili nido e servizi per l’infanzia accessibili.
  • Congedi parentali che favoriscano una maggiore partecipazione dei padri.
  • Maggiore flessibilità lavorativa, senza penalizzazioni per chi deve conciliare famiglia e professione.
  • Sostegni economici e servizi capaci di alleggerire il carico di cura.
  • Percorsi di supporto alla genitorialità rivolti a entrambi i genitori.

Anche le iniziative territoriali possono fare la differenza e progetti come il nostro Un Villaggio per Crescere a San Benedetto del Tronto promuovono le competenze genitoriali e sostengono la relazione tra genitori e bambini, offrendo occasioni di confronto e supporto e di condivisione della cura.

 

E se tuo figlio ha una disabilità?

Per alcune famiglie, le sfide della genitorialità non si esauriscono nei primi anni di vita, come nel caso di un figlio o una figlia con una disabilità: alle normali esigenze della crescita si aggiungono terapie, visite specialistiche, percorsi riabilitativi e la necessità di coordinare diversi servizi, specialmente quando la realtà è costruita senza pensare ai loro bisogni.

Se la responsabilità della cura ricade soprattutto sulla madre, il rischio è che la penalizzazione economica e professionale diventi ancora più pesante, specialmente in caso di assistenza continuativa.

Per questo non basta parlare genericamente di conciliazione tra lavoro e famiglia.

 

Caregiver familiare: quali tutele esistono?

Chi assiste quotidianamente un familiare con disabilità svolge un ruolo fondamentale, ma spesso poco riconosciuto. Il caregiver familiare può dedicare gran parte del proprio tempo all’assistenza, con conseguenze sulla vita lavorativa, economica e personale.

In Italia esistono alcune tutele, tra cui quelle previste dalla Legge 104/1992: in presenza dei requisiti richiesti, i genitori possono accedere a permessi lavorativi retribuiti, congedi straordinari e specifiche estensioni del congedo parentale.

Queste misure sono importanti, ma non sempre sufficienti, perché se l’assistenza è intensa e continuativa come abbiamo detto prima, anche mantenere il proprio lavoro può diventare difficile.

E una riduzione dello stipendio può pesare ulteriormente su famiglie che devono già affrontare spese aggiuntive.

 

Perché serve un sostegno concreto ai caregiver?

Riconoscere il ruolo dei caregiver significa riconoscere anche il valore del lavoro di cura che svolgono ogni giorno.

Per questo servono sostegni economici adeguati, ma anche servizi territoriali, attività educative inclusive e opportunità di sollievo. Non soltanto per rispondere ai bisogni delle persone con disabilità, ma anche per permettere a chi se ne prende cura di recuperare tempo ed energie.

La veda sfida è costruire un sistema in cui le famiglie non debbano affrontare tutto da sole e in cui il sostegno non dipenda esclusivamente dalle loro risorse personali ed economiche.

Noi di Michelepertutti lavoriamo ogni giorno per creare la rete di sostegno di cui queste famiglie hanno bisogno, per non lasciare sole e farle sentire davvero ascoltate.

Tra le iniziative che rispondono a questo bisogno c’è proprio il nostro Michelepertutti Camp, il centro estivo che accoglie ogni anno bambini e ragazzi con esigenze differenti, con disabilità complesse e non.

Per le famiglie, significa poter contare su un’esperienza che riconosce i bisogni dei figli e offre un supporto concreto nella gestione quotidiana della cura.

L’inclusione, infatti, non consiste nel chiedere a tutti di adattarsi allo stesso modello, ma nel creare le condizioni perché ciascuno possa partecipare.

Sostenere progetti come il Michelepertutti Camp significa contribuire a una comunità in cui la disabilità non diventa una ragione di esclusione e in cui le famiglie possono trovare occasioni concrete di supporto.

 

La cura non dovrebbe essere una penalizzazione

La child penalty ci ricorda che diventare genitori può avere conseguenze che vanno ben oltre la sfera privata. E quando la cura viene distribuita in modo diseguale e i servizi non sono sufficienti, le opportunità lavorative ed economiche delle madri rischiano di essere compromesse per anni, rispetto ai padri.

Per le famiglie con figli con disabilità, queste difficoltà possono diventare ancora più complesse, soprattutto quando l’assistenza richiede un impegno continuativo.

Ridurre questa penalizzazione significa promuovere pari opportunità nel lavoro, condividere la responsabilità della cura, riconoscere il ruolo dei caregiver e investire in servizi accessibili e inclusivi.

Tu puoi farlo da subito sostenendo i nostri progetti: supportaci ora con una donazione!

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